Consumo critico, controllo democratico. La nascita di un progetto

domenica 7 febbraio 2010

«Siamo abituati a pensare al potere come a qualcosa che si possiede. In realtà il potere è qualcosa che si riceve non da Dio o da altre forze soprannaturali, ma dai sudditi. I generali riescono a condurre le loro guerre non solo perché hanno al loro seguito un esercito di soldatini obbedienti, ma anche perché migliaia di operai accettano di costruire armi. I tiranni riescono ad imporre le loro dittature non solo perché dispongono di poliziotti pronti ad eseguire qualsiasi rappresaglia, ma anche perché molti preferiscono tacere. Gli avidi creano ingiustizia non solo perché hanno al loro servizio delle schiere di ragionieri, direttori e capisquadra disposti a fare trionfare il sopruso, ma anche perché i consumatori comprano tutto ciò che viene loro offerto senza problemi.

Ogni volta che andiamo a fare la spesa dobbiamo ricordarci che attraverso questo gesto semplice e apparentemente banale che è il consumo rischiamo di renderci complici dei peggiori misfatti, perché diamo denaro e consenso a coloro che per produrre ciò che compriamo possono essersi resi responsabili di abusi umani e sociali, sfruttamento e danni ambientali.
E' necessario sviluppare questa consapevolezza non per creare degli sterili sensi di colpa, ma per diventare consumatori responsabili capaci di usare il consumo come uno strumento per condizionare le imprese. Perciò, quando andiamo a fare la spesa ricordiamoci anche che le imprese sono in una posizione di profonda dipendenza dal nostro comportamento di consumatori. Noi, infatti, con i nostri acquisti abbiamo la possibilità di accrescere o far scendere i loro profitti. Proprio perché hanno tanta paura di noi, esse tentano di dominare la nostra volontà spendendo miliardi in pubblicità e subdole strategie di marketing. Dunque noi dobbiamo sforzarci per riappropriarci della nostra volontà decisionale e dobbiamo rivalutare il potere in essa racchiuso. Un potere che preso singolarmente è certamente piccolo, ma che moltiplicato per milioni di persone può mettere in ginocchio le più grosse multinazionali e al limite l'intero sistema.

Gli strumenti a disposizione del consumatore per condizionare le imprese sono due: il boicottaggio e il consumo critico.

Il boicottaggio consiste nell'interruzione, organizzata e temporanea, dell'acquisto di uno o più prodotti, per indurre le società produttrici ad abbandonare determinati comportamenti. L'esperto di marketing Todd Puttman afferma che "il boicottaggio denuncia ed educa allo stesso tempo. Educa ad agire, a non assistere passivamente alle ingiustizie e ai soprusi che avvengono sotto il nostro naso. Educa ad assumerci le nostre responsabilità. Il boicottaggio abitua la gente a riprendersi il potere nelle proprie mani. Per questo è quanto di più democratico possa esserci". Congiuntamente ad una capillare informazione e sensibilizzazione sul problema, il boicottaggio raggiunge l'obbiettivo attraverso tre meccanismi:
1- Il calo delle vendite. Bisogna ricordare che può bastare una riduzione del 3-5% del profitto per provocare un grave danno alle imprese, costrette a incrementare le spese per la pubblicità, a cedere fette di mercato alla concorrenza e a veder diminuire gli investimenti sui propri titoli in Borsa.
2- Il danno all'immagine dell'impresa. Questo, in una società come la nostra che di immagine vive, rappresenta un danno ancor più grave del semplice calo delle vendite: alcune compagnie, denunciate in passato, hanno ceduto davanti alla sola minaccia di boicottaggio per non vedere il loro nome associato nella mente dei consumatori a comportamenti moralmente condannabili.
3- Una nuova impostazione delle pubbliche relazioni
. Un'azione di boicottaggio efficace costringe l'impresa a vigilare in maniera molto accurata sulle iniziative dei boicottatori e a nascondere le pratiche scorrette di cui è accusata. Le ditte infatti fanno un conto delle perdite subite a causa del boicottaggio e di quelle che subirebbero accettando le richieste dei boicottatori, e cessano le politiche incriminate solo quando conviene loro sul piano economico, l'unico a cui sono sensibili.

Mentre il boicottaggio è una campagna organizzata con grande clamore di stampa e col coinvolgimento di molte altre forze, comprese quelle politiche e sindacali, il consumo critico è un'iniziativa più silenziosa paragonabile a un'abitudine di vita. E' un atteggiamento quotidiano che consiste nella scelta meticolosa di tutto ciò che compriamo sulla base della storia del prodotto e della condotta della casa produttrice.
Scegliendo cosa comprare e cosa scartare, non solo segnaliamo al sistema i metodi che approviamo e quelli che condanniamo, ma sosteniamo le forme produttive corrette mentre ostacoliamo le altre. In fin dei conti il consumo si può utilizzare come una forma di voto, che può influenzare le scelte economiche molto di più del voto elettorale o delle manifestazioni di piazza.
La politica del resto si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all'edicola, in cucina, nel tempo libero. Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, decidiamo se rafforzare un modello economico sostenibile o uno di saccheggio, se sostenere imprese responsabili o vampiresche, se contribuire a costruire la democrazia o a demolirla, se lavorare per un'economia solidale e dei diritti o un'economia animalesca di sopraffazione reciproca. La società è il risultato di regole e di comportamenti, e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole, perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte a una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento.

Le multinazionali non sono quei mostri imbattibili che noi immaginiamo, e il loro comportamento dipende dalle nostre scelte. Il nostro problema non è la mancanza di strumenti di intervento. Il nostro vero problema è come vogliamo utilizzare la nostra vita: se preferiamo viverla da "sovrani" che pretendono di indirizzare il corso della storia per fare trionfare la pace e la giustizia, o se invece preferiamo viverla da "servi", disposti a barattare la nostra libertà e la nostra dignità per un piatto di lenticchie».


Queste parole sono di Francesco Gesualdi, attivista e responsabile di un gruppo chiamato Centro nuovo modello di sviluppo, nato a Pisa alla fine degli anni '70 su iniziativa di tre famiglie di amici e impegnato in ambito sociale nello studio dell'economia mondiale e nell'organizzazione di campagne per informare i consumatori sul comportamento delle imprese.
Le prendo in prestito per presentare una piccola rubrica dedicata al tema del consumo, che ritengo utile sperimentare insieme a voi su questo blog. L'intento è provare ad avviare un ragionamento attorno ai nostri stili di vita come punto di partenza per la costruzione di un modello di sviluppo diverso da quello attuale fondato sullo scambio ineguale, il debito, lo sfruttamento del lavoro e la distruzione delle risorse del nostro pianeta. L'analisi sarà condotta proprio attraverso alcune proposte di boicottaggio mirato di multinazionali, accompagnate da articoli di approfondimento, inchieste e rapporti di denuncia, oltre che dal suggerimento di modi e forme di acquisto indipendenti da quelli stabiliti e predisposti dalle grandi catene di distribuzione, e quindi dalla presentazione di esperienze di commercio alternativo, come l'autoproduzione di alimenti o di prodotti per l'igiene e la casa, le reti di filiera corta e le botteghe e le cooperative di acquisto solidale.
In un sistema economico prepotente e globalizzato come il nostro capitalista può sembrare difficile mettere in pratica un'opposizione nei consumi intransigente ed estesa, ma in realtà, come vedremo, quella che porta a intraprendere comportamenti più responsabili è una strada che non richiede sacrifici impossibili, tragici stravolgimenti delle nostre abitudini o la rinuncia al nostro stato di benessere. Spero che questo modesto progetto di informazione e riflessione comune possa contribuire a stilare una sorta di guida di riferimento per un consumo ragionato, grazie alla quale imparare a orientare le nostre scelte, capire come opporci ai meccanismi ingiusti della macchina oppressiva del mercato e intervenire laddove siamo più determinanti, per sperimentare forme di cambiamento a partire dalla nostra quotidianità.

Il primo appuntamento fra pochi giorni, con l'esame delle politiche attuate da alcune multinazionali nel settore alimentare e un primo utile consiglio di scelta critica.

Siamo quasi a carnevale

venerdì 5 febbraio 2010

Apprendimento della lingua italiana.
Conoscenza della Costituzione.
Nessun guaio con il fisco.
Trasparenza nei contratti abitativi.
Perdita di punti in caso di reati.

L'ultima trovata del ministro Maroni in materia di immigrazione e soggiorno sul territorio è senza dubbio geniale. Se le stesse regole venissero applicate a più ampio raggio, gran parte del governo e degli italiani dovrebbe essere espulsa dal paese.

(Io li ammiro, sul serio. Occorre essere dotati di grande talento per produrre incessantemente e con incrollabile convinzione una tale quantità di cazzate).

Tutto sbagliato, tutto da rifare

martedì 2 febbraio 2010

Scopri di provare il forte desiderio che il tuo paese si azzeri quando il figlio diciassettenne dell'edicolante, lasciato solo per pochi minuti a gestire l'edicola, alla tua richiesta di darti Liberazione ti rifila in mano convinto una copia di Libero, facendoti notare che ti sei confusa sul nome e avendo il coraggio, di fronte alla tua espressione sconcertata, di chiederti sinceramente preoccupato se ti senti male.

Freddo gatto

venerdì 29 gennaio 2010


I gatti sanno calcolare con matematica precisione il luogo esatto nel quale daranno più disturbo se vi si siederanno. (Pam Brown)

(Nell'incastro: Pantera Grigia, Nora, Tosca,
le gemelle Tabby, Gattastronza e il Griso).

Buona giornata della memoria a breve termine

mercoledì 27 gennaio 2010

Regio Decreto Legge, 5 settembre 1938 - XVI, n° 1390:
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

Art. 1. All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.


Regio Decreto Legge, 7 settembre 1938 - XVI, n° 1381:
Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri

Art. 1. Dalla data di pubblicazione del presente decreto-legge è vietato agli stranieri ebrei di fissare stabile dimore nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo.
Art. 4. Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo e che vi abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1 gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell'Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell'art. 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l'applicazione delle pene stabilite dalla legge.


Regio Decreto Legge, 23 settembre 1938 - XVI, n° 1630:
Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica

Art. 1. Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite a spese dello Stato speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci.
I relativi insegnanti potranno essere di razza ebraica.
Art. 2. Le comunità possono aprire, con l'autorizzazione del Ministero per l'educazione nazionale, scuole elementari, con effetti legali, per i fanciulli di razza ebraica.
Per gli scrutini e per gli esami nelle dette scuole il Regio provveditore agli studi nomina un commissario.
Nelle scuole elementari di cui ai comma precedenti, sono svolti i programmi stabiliti per le scuole di Stato; salvo per ciò che concerne l'insegnamento della religione cattolica.


Regio Decreto Legge, 17 novembre 1938 - XVII, n° 1728:
Provvedimenti per la difesa della razza italiana

Capo I - Provvedimenti relativi ai matrimoni
Art. 1. Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.
Capo II - Degli appartenenti alla razza ebraica
Art. 9. L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione. Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa menzione di tale annotazione. Uguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessione o autorizzazioni della pubblica autorità. I contravventori alle disposizioni del presente articolo sono puniti con l'ammenda fino a lire duemila.

***

12 novembre 1938:
Ordinanza di eliminazione degli ebrei dalla vita economica tedesca

Articolo I
1. Dal 1° gennaio 1938, l'esercizio della vendita al dettaglio, la vendita per corrispondenza, il libero esercizio dell'artigianato sono proibiti agli ebrei.
2. Allo stesso modo è proibito agli ebrei a partire dalla stessa data offrire beni e servizi in qualsiasi mercato, fiera o mostra, di pubblicizzarli o di accettare ordini di acquisto.
3. I negozi giudei che opereranno in violazione di questa ordinanza saranno chiusi dalla polizia.

***

«Tra il 1938 e il 1943 ci sono poi numerose disposizioni miranti ad allontanare i bambini e i ragazzi ebrei dalla scuola pubblica: dapprima viene stabilito il "numero chiuso", cioè la quota di studenti ebrei nelle scuole e nelle università non può superare l'1.5% del totale degli studenti, poi nel novembre del 1938 gli ebrei ancora presenti all'interno del sistema scolastico del Reich vengono espulsi.
Sempre nel 1938 furono emanate limitazioni alla circolazione degli ebrei sui mezzi pubblici (treni, tram, autobus), furono loro ritirate le patenti di guida, furono loro proibiti luoghi di villeggiatura e spiagge mentre, a partire dall'inizio della guerra, essi non poterono uscire di casa dopo le otto di sera, nè uscire dai confini delle città in cui vivevano, o telefonare con apparecchi pubblici (quelli privati erano già stati loro negati in precedenza).
Il processo di discriminazione e di segregazione, tra il 1938 e il 1939, era proceduto anche attraverso sfratti e trasferimenti forzati di abitazione, volti a concentrare tutta la popolazione ebraico tedesca in determinati edifici o isolati, identificati dalle autorità cittadine e sorvegliati dalla polizia di stato».
(Fonte: Olokaustos.org)


La storia insegna, ma non ha scolari.
Antonio Gramsci

Mandiamoli a casa (i luoghi comuni)

venerdì 22 gennaio 2010

Razzismo e pregiudizi; istruzioni per l'uso.

Sfatiamo i luoghi comuni sugli immigrati. Chi sono, da dove vengono, che religione professano, che lavoro fanno, quanti sono i clandestini? Su questi interrogativi si registra troppo spesso la speculazione politica dei partiti della paura. Ma le risposte vere, fornite sulla base di studi autorevoli e inattaccabili, descrivono una realtà molto diversa. Alcuni esponenti del Pd hanno redatto un prontuario che vuole essere uno strumento da utilizzare nella campagna elettorale per le prossime elezioni regionali, per dare modo ai candidati del centrosinistra di smontare punto per punto i luoghi comuni branditi dalla destra sul problema dell'immigrazione.

Andrea Civati, Giuseppe Civati (consigliere del Pd per la regione Lombardia)


Che degli esponenti e dei simpatizzanti di un partito che vorrebbe definirsi di opposizione alla destra non siano in grado di ribattere spontaneamente e con un linguaggio appropriato alle becere invettive leghiste e che quindi abbiano bisogno di un manuale per spiegare la reale natura del fenomeno migratorio (come di altri), sinceramente mi sembra un segnale abbastanza triste. Ma è anche vero che in tempi in cui una martellante campagna di assurdità sulla "sicurezza" ha prodotto un razzismo istituzionale di simile livello, ogni tentativo di fare vera informazione va incoraggiato, senza troppa pedanteria.

Vi invito quindi a leggere questo piccolo compendio, perchè aiuta a trovare spunti di argomentazione intelligenti che anche la sciura Maria cui è dedicato (la classica casalinga di Voghera, per intenderci) può riuscire a seguire con semplicità, ma non in modo semplicistico. E anche a diffonderlo (è coperto solo da copyleft), perchè è indispensabile operare con caparbietà affinchè le persone e gli elettori, nel nostro paese, imparino finalmente a documentarsi e a ragionare con la propria testa, prima di compiere delle scelte.

Piccolo giocoliere che sono, mando in aria le mie mani e i miei sogni

martedì 19 gennaio 2010


(Thomas Dietz su Youtube)


Voglio provare di essere in grado
di fare qualcosa di buono
per gli altri.
Dare emozioni.
Ci pensate?
Un inchino, un sorriso da un lato all'altro del viso.
E far sì che le gente si innamori di me
in quel perfetto attimo
in cui i miei attrezzi sono in aria,
e tutti i sorrisi per me, solo per me,
il giocoliere che danza con l'aria.
Sicuro, tesserò un vestito con il velluto della mia voce.
Siedo sul bordo della strada,
mentre la gente va di fretta, senza assaporare
un istante della vita.
Perché vanno di fretta?
Perché la gente non si ferma?
La gente non la vede,
tutta questa poesia di esistere?
[...]
La gente non vede
il giocoliere
con le braccia aperte
che distribuisce stelle.
[...]
Non ho idea di dove sarò,
domani
per questa ragione, per me,
un attimo è come un secolo
in miniatura.

(Canzone dell'artista di strada)

Primo Marzo 2010: blacks out!

venerdì 15 gennaio 2010

"Vediamo cosa succede se per un giorno noi non lavoriamo". Sono le antiche parole del movimento operaio, quelle che prima o poi vengono in mente ai poveri stanchi di prendere bastonate. Adesso, sono gli immigrati a dirlo. I primi di loro stanno cominciando a organizzarsi, su internet. Diamogli una mano.

Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo dilagante nella nostra società e nella nostra politica?
Primo Marzo 2010 è un movimento spontaneo, nato per iniziativa di quattro donne slegate dai partiti ma impegnate, a titolo diverso, nel campo del dialogo interculturale e dell'antirazzismo, che si propone proprio di condurre questo esperimento. Una giornata senza immigrati: senza badanti che curino i nostri anziani, senza baby-sitter che si occupino dei nostri bambini, senza colf che puliscano le nostre case. Senza operai nelle industrie tessili e nelle fonderie. Senza allevatori che mungano le nostre mucche e senza braccianti che raccolgano la nostra verdura e la nostra frutta. Senza migliaia di autisti di autobus, operatori ecologici, impiegati delle poste, medici, camerieri, pizzaioli. Una giornata con gli alimentari vuoti, i bar deserti, le linee telefoniche mute.

Se tutti gli stranieri (il 7.2% della popolazione italiana) improvvisamente scomparissero, il nostro paese si incepperebbe all'istante. "Straniero" è infatti il 10% del nostro Pil, pari a 122 miliardi di euro. Arrivano da oltre confine il 50% degli operai del settore edile, il 10% degli infermieri, il 67% delle colf e badanti. Molti maestri e docenti sarebbero senza cattedra, senza i 650.000 alunni figli di immigrati. Le casse dello Stato sarebbero più magre, senza i 7 miliardi di tasse e contributi pagati dai migranti (tra gli italiani attualmente vi è un pensionato ogni 5 residenti, tra gli stranieri uno ogni 25, con notevoli vantaggi per il nostro sistema previdenziale). Persino il 5% dei preti non è nato in Italia.
Insomma, il nostro paese lavora e produce benessere ogni giorno grazie agli immigrati, ma sembra quasi vergognarsene, e così cerca di ignorarli, chiuderli fuori, annegarli in mare come si fa con le cucciolate di gattini troppo numerose. Assistere con i nostri occhi alle conseguenze che si verificherebbero se queste persone che spesso vorremmo rimanessero invisibili decidessero di sparire davvero, sia pure per un giorno solo, potrebbe essere molto educativo.

Stefania, Daimarely, Nelly e Cristina -questi i nomi delle intraprendenti ragazze referenti dell'evento- hanno quindi pensato a una grande manifestazione non violenta per far capire direttamente all'opinione pubblica, al di là dei proclami intolleranti e degli slogan stupidi di qualche partito, quanto sia determinante l'apporto dei migranti al funzionamento della nostra società, e si sono messe in moto raccogliendo tantissime adesioni da italiani, immigrati ed esponenti delle seconde generazioni, su internet, attraverso Facebook, e nel mondo reale.
Per lanciare il loro segnale, affermano «useremo gli strumenti che ci appariranno più efficaci, senza lasciarci imbrigliare dagli schemi e dalle definizioni rigide. Lo sciopero inteso come astensione dal lavoro è sicuramente uno strumento molto potente, ma sappiamo perfettamente che non è alla portata di tutti: a chi non ha i documenti, è precario o è impegnato nei servizi alla persona non si può chiedere di non andare a lavorare. Per indire uno sciopero, inoltre, è necessario l'intervento del sindacato, e noi non sappiamo ancora se questo ci sarà o meno. Nel caso non ci fosse, però, non ci strapperemo le vesti: da quello degli acquisti a quello della fame, ci sono molti altri scioperi disponibili. Ci sono altre modalità creative per rendere visibile il dissenso e partecipare. I comitati che sono spontaneamente nati in tutta la penisola le stanno elaborando e mettendo a disposizione di tutti».
Le difficoltà principali sono appunto far conoscere l'iniziativa a tutti gli stranieri che non hanno accesso a internet (e sono tanti) e creare degli eventi da qui al primo marzo che possano dare l'occasione a chi non potrà astenersi dal lavoro, perché un lavoro non ce l'ha, perché lavora in nero oppure perché è troppo ricattabile, per partecipare comunque alla protesta. Lo sciopero dei consumi sembra finora una delle strade più praticabili, ma tra le iniziative in questo senso ci sono già da segnalare numerose proposte interessanti. Tre esempi: a Palermo, prima delle ventiquattro ore senza stranieri si vorrebbero organizzare ventiquattro ore «con gli stranieri», portando le scolaresche in giro per i negozi di alimentari degli immigrati per scoprire le loro tradizioni culinarie; i giornalisti di PeaceReporter (media partner dell'evento) si impegneranno a sostenere la giornata con lo strumento dello sciopero bianco, devolvendo la giornata di lavoro, o anche solo due ore, a quelle realtà che concretamente suppliscono alle carenze dello stato italiano in fatto di accoglienza e integrazione; e lo stesso faranno gli impiegati e i volontari di Emergency, in favore della loro associazione.


L'idea si collega a La journée sans immigrés: 24h sans nou, uno sciopero degli immigrati organizzato per lo stesso giorno in Francia dalla giornalista Nadia Lamarkbi, con lo scopo di evidenziare l'importanza dell'immigrazione per l'economia e gli equilibri sociali francesi. Fonte di ispirazione è stato anche il puntuale libro di Vladimiro Polchi Blacks Out, in vendita da ieri 14 gennaio, nel quale si provano a immaginare proprio gli effetti di una giornata senza immigrati. Attorno al giorno ipotizzato dall'autore per questa finzione letteraria, il 20 marzo, si è subito riunito in autonomia un comitato (composto da Arci, Acli, Migrantes, i radicali, l'Asgi e i responsabili immigrazione Cgil, Uil e Sei Ugl) per tentare il salto dall'invenzione narrativa a un "blackout", un cortocircuito reale, sempre attraverso uno sciopero. Fra i due gruppi, quello delle associazioni e dei sindacati e quello delle ragazze del Primo Marzo 2010, ora è sorto un coordinamento per unificare le manifestazioni.

La data oggetto della decisione è fortemente simbolica: il 1° marzo 2005 è stato il giorno dell'entrata in vigore, in Francia, delle leggi Ceseda (Code de l'entrée, du sejour des etrangers et du droit d'asile), dette anche "codice degli stranieri", il cui obiettivo dichiarato è la selezione degli immigrati in base a criteri esclusivamente economici; e lo stesso giorno cade anche l'anniversario del "Grande boicottaggio americano" del 2006, quando centinaia di migliaia di persone di origine ispanica manifestarono attraverso azioni di boicottaggio la loro posizione sul quadro della riforma dell'immigrazione avviata dal governo statunitense.

Il colore di riferimento dell'iniziativa è il giallo. E' stato scelto perché è considerato il colore del cambiamento, per la sua neutralità politica (non rimanda ad alcuno schieramento in particolare) e perchè era già stato usato nella recente manifestazione "mettiti in giallo contro il razzismo". Ai simpatizzanti della giornata è stato chiesto, già da questi giorni, di portare con sè un braccialetto o un nastro giallo come segno di riconoscimento e di appoggio visibile alla causa.


Pienamente convinta dell'importanza e delle potenzialità di questa manifestazione, invito anch'io a farla conoscere e a sostenerla in tutti i modi possibili. Perché, come ha dichiarato alla stampa una giovane donna, migrante, durante il sit-in del 9 gennaio a Roma in solidarietà agli immigrati di Rosarno: «Noi ce ne possiamo anche andare via, ma voi?». Già, noi che siamo e restiamo in Italia, come pensiamo di poter continuare sulla china del rifiuto dell'altro, della paura, della violenza e del razzismo istituzionale? Come crediamo di garantire la tenuta dei nostri diritti, se non lottiamo per difendere prima di tutto quelli dei nostri fratelli, specialmente se più deboli? Quale quotidiano e quale domani ci toccherà affrontare, se allontaniamo persone che sono mescolate a noi da vincoli affettivi, rapporti di lavoro, relazioni di vicinanza? Cosa resterà allora di noi, di tutto?


www.primomarzo2010.it