Questa riflessione è opera di Giovanni Colombo, ex-presidente dell'associazione Rosa Bianca italiana e consigliere comunale per il Partito Democratico nella città di Milano. E' stata scritta alla fine dello scorso mese di maggio, prima delle elezioni, prima degli ultimi sviluppi del caso Noemi, prima delle foto incriminate di Villa Certosa e prima dell'inchiesta di Bari e del gran troiaio da lì scaturito. Ora, alla luce dei risultati elettorali e dell'avanzamento di queste vicende, ve la propongo.
Tutto è intriso di Lui, dal terremoto al 25 aprile, dalla Brianza alla tangenziale di Napoli, dagli editoriali a Youtube. Ovunque ti giri ci sono le tracce del suo passaggio e senti il timbro della sua voce. Viene in mente Lù, la poesia scritta negli anni '30 da Riccardo Bauer, uno dei fondatori del movimento Giustizia e Libertà, mentre scontava il confino politico cui lo aveva condannato il regime fascista.
Lù e poeu lù, e semper lù ancamò Lui e poi lui, e sempre lui ancora
In pee, settaa, a cavall In piedi, seduto, a cavallo
Lù, semper lù. Lui, sempre lui.
Lù 'l fa, lù l' dis, lù 'l forca Lui fa, lui dice, lui maneggia
Lù 'l va, lù 'l ven, lù 'l truscia Lui va, lui viene, lui s'intrufola
E tutt' intorna ona caterva pòrca E intorno una moltitudine schifosa
De servidor che lustra e che sbauscia. Di servi ad incensarlo e che per lui sbavano.
Lù, semper lù. Lui, sempre lui.
Vegnen de la cittàa, vegnen de la campagna Arrivano dalla città, dalla campagna
Vegnen de la pianura, vegnen de la montagna Vengono dalla pianura, dalla montagna
Con la bandiera in testa, la musica sui cartell Con la bandiera in testa, intonandogli inni
Vegnen a Ròma tucc a saludatt: l'è quell... Tutti arrivano a Roma per salutarlo: è quello…
L'è quell che ghe da 'l pan, l'è quell che ghe da 'l mel È quello, quello che ti nutre con pane e miele
L'è quell ch'je tira innanz, l'è quell ch'je tira indrèe Quello che può dare e togliere
L'è quell che quand scanchignen je tratta anca coi pèe Quello che può prendere a calci chi sbaglia
Ma lor je cappen e citto lì E loro lì a prenderli e a star zitti
Perché l'è 'l pader Perché lui è il padre
Lù l'è la mader Lui la madre
Lù l'è 'l factotum del nòst paes Lui il factotum del nostro paese
Ma che papa che rè che president E più di un papa, più di un re o di un presidente
L'è 'l vicepadreterno e i alter men che nient Lui è il vicepadreterno, e gli altri meno di niente
Mentre scrivo, in questa calda giornata di fine maggio, le cose non stanno andando particolarmente bene al vicepadreterno. La crisi economica fa sentire i suoi effetti e non gli permette più di ostentare il suo proverbiale ottimismo; la sentenza Mills, se non ci fosse il Lodo Alfano, lo avrebbe condannato per corruzione; il caso Noemi ogni giorno si arricchisce di nuovi particolari confermando come non abbia detto finora la verità su questa frequentazione che ha fatto definitivamente saltare il suo matrimonio ("mio marito frequenta minorenni... mio marito non sta bene", parola di Veronica); infine i sondaggi, suo oracolo, forse non lo premiano esattamente come si aspettava. Ma Lù ha già rilanciato con l'idea di raccogliere milioni di firme per portare in Parlamento una legge che riduca drasticamente il numero di deputati e senatori. E chissà quale altra diavoleria inventerà nelle prossime ore. Lù continuerà, anche dopo gli appuntamenti elettorali di giugno, a essere 'l factotum del nòst paes. E il suo io ipertrofico potrebbe nei prossimi mesi ulteriormente gonfiarsi e rendere l'aria così calda, spessa, greve al punto da farci dire disperati, in questa terra di sole e mare: "Nessuna gioia allo splendore del sole" (J. Conrad).
Che il berlusconismo ci stia trascinando verso una situazione post-democratica è pensiero sempre più diffuso. Siamo al cesarismo (Scalfari). E' ormai un sultanato (Sartori). Sta avvenendo un degrado organico e quasi biologico, "la mucca pazza della democrazia" (Mastropaolo). Dalla poli-archia del tempo greco siamo tornati alla mono-archia della piramide del faraone (De Rita). Si sta realizzando trent'anni dopo il piano della P2 di Licio Gelli (Cordero). Si può dire in tanti modi la regressione in corso, la sostanza non cambia. Siamo alla Signoria, io preferisco questa definizione che mi sembra assai efficace. Ne sentii accennare per la prima volta da Giuseppe Dossetti, esattamente quindici anni fa, nel discorso in memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, "Sentinella, quanto resta della notte?". Fin da allora, in anticipo su tutti, il monaco-padre costituente denunciava "la trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica", vedeva "la nascita, attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione, di un principato più o meno illuminato. Con coreografia medicea." In questi quindici anni la profezia dossettiana si è ampiamente realizzata. Nel mio piccolo, dalla posizione di consigliere comunale, ho seguito passo per passo il realizzarsi di questa profezia anche a livello locale: a Milano ormai siamo a tutti gli effetti nella Signoria Moratti -intelligenza modesta, soldi a valanga- che con l'Expo 2015 vorrebbe rinverdire i fasti dei Visconti e degli Sforza.
In sintesi: chiamasi Signoria un sistema politico-istituzionale segnato dal predominio dell’economia e dalla definitiva scomparsa del principio della divisone e dell'equilibrio dei poteri. Montesquieu, adieu.
Ma come mai gli italiani -ah! Les italiens- stanno assecondando una simile regressione? Forse può servire riflettere sul proprium dell'autoritarismo moderno. Come è ben noto, ogni forma di autoritarismo, prima di essere un assetto politico-istituzionale, è una costrizione del modo di pensare e di stare al mondo. Questa costrizione oggi si afferma attraverso meccanismi diversi da quelli del passato. L'autoritarismo tradizionale nasce in contesti in cui la persone sono sudditi. Per definizione, ai sudditi non si chiede di avere mai un'opinione. Essi devono semplicemente aderire a dei comportamenti, senza che la loro adesione debba essere confermata: essa è al di là di ogni dubbio, fuori da ogni possibile controversia, parte in automatico. In caso contrario scattano i controlli esterni: la repressione violenta o l'immersione, attraverso forme di socializzazione (o risocializzazione) artificiali, nel clima psicologico e ideologico adatto alla ricezione di quanto richiesto. L'autoritarismo moderno, soprattutto nella sua forma pura, cioè nel totalitarismo in senso stretto, procede con altre modalità. Accetta di fare i conti con un contesto culturale, sociale, economico, industriale, scientifico in cui ci si muove per scelta individuale, in forme elettive. Per questo il suo progetto non è quello di far tornare i cittadini in condizione di sudditanza, anzi il suo primo obiettivo è la trasformazione di tutta la popolazione in partecipante attiva. Se nella società democratica sono previste le elezioni, la partecipazione alle decisioni, nelle società autoritarie/totalitarie saranno confermate, addirittura aumentate le forme in cui verrà richiesta l'opinione dei cittadini (prevedo un'esplosione del televoto). L'importante è che i cittadini, scegliendo, si orientino verso una certa convinzione. Il secondo obiettivo, infatti dell’autoritarismo moderno è quello di dotare i cittadini della convinzione giusta. A tal fine vengono ampiamente utilizzati i media, con la loro capacità persuasiva. Detto in altra maniera, ecco cosa succede: si prendono i cittadini, li si obbliga a scegliere e, nel contempo, si manipola l'oggetto della scelta. Si distribuiscono carte truccate, si nascondono i dati, si fa finta che ci sia un'alternativa. Un convinto liberista direbbe che si procede in assenza di concorrenza.
Il berlusconismo continua irrefrenabile la sua corsa perché da tempo ha occupato il contesto culturale prima ancora di quello politico e si è via via affermato come l'unica offerta praticabile. E quindi, di conseguenza, può scoppiare -perché la situazione non è ancora irreversibile, non si è ancora solidificata, non c'è ancora il cemento- solo se si rompe il regime di monopolio, se si trova a fare i conti con un'offerta effettivamente diversa , alternativa almeno quanto lo è stata quella di Obama rispetto all'impianto di Bush. Questo è il compito grandioso di una opposizione vertebrata, con la spina dorsale, con il coraggio di scelte chiare e forti, anche se all'apparenza o nell'immediato impopolari. Ma questa nostra opposizione purtroppo non ce la fa. Ci prova, si impegna, ma alla fine non regge. È come se avesse addosso, nel profondo, una malattia che le taglia le gambe e la blocca nel letto, tra le lenzuola gualcite.
Due semplici parole fanno venire la febbre. Cambiare vita. Ecco la meta. È chiara, semplice. Ma la strada che conduce alla meta non la si vede ancora con precisione e appare comunque troppo costosa. E allora si rimane incerti, a fare le cose di sempre, sempre peggio, sempre più ai margini. Non la si ama più questa politica, ma almeno si sa di che è fatta, di quanti posti da deputati più o meno può garantire: se la si lascia, vi sarà un momento in cui non si saprà più niente. Ed è questo niente che spaventa. È questo niente che fa esitare, balbettare, primariare (neologismo: fare le primarie) ed infine tornare alle solite cose. Senza esserci. Si può anche andare avanti per quarant’anni, a dichiarare e a protestare, senza esserci mai.
Ci sarà una guarigione? Troveremo la strada? Riusciremo a offrire un'alternativa obamiana? Dipende. Dipende unicamente da quello che succederà dentro di noi. Siamo arrivati alla fine di tanti schemi e tutto dipenderà dalla nostra capacità di rinascere interiormente. Io non credo né al cambio del segretario del Pd (non escluderei a ottobre la riconferma di Franceschini) né al cambio di alleanze per costruire cattedrali, ohibò!, con i geni dell'Udc. Men che meno credo ai comunicati stampa e alla moltiplicazione degli eventi: su questo terreno Lù è imbattibile. Solo un grande silenzio lo abbatterà. Solo una grande fioritura lo seppellirà. Io credo infatti alla primavera dei cuori, l'unica che non è questione di clima o di stagione e che può scaturire nel punto più nero dell'anno o della storia. La primavera dei cuori è operazione ardita: ogni pratolina, per sorridere lì in mezzo al prato, contenta dei suoi colori, ha dovuto attraversare notti e deserti, ha dovuto ingaggiare battaglie senza pietà. La primavera dei cuori spiazza e libera le possibilità. Avevi una sedia e adesso non l'hai più, ma non lamentarti, adesso hai davanti un altro paesaggio, e vi puoi cominciare a stare nel più bello dei modi: di passaggio. Per guarire non c'è niente come perdere la propria vita di sempre, quella con lo stesso volto di sempre, scommettendo sulla novità che ci abita. Fiorire, dunque. Fiorire è profonda responsabilità.
Fiorire - è il fine...
Colmare il bocciolo - combattere il verme -
ottenere quanta rugiada gli spetta -
regolare il calore - eludere il vento -
sfuggire all'ape ladruncola -
non deludere la natura grande
che l'attende proprio quel giorno -
essere un fiore, è profonda responsabilità.
(Emily Dickinson)
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