giovedì 2 luglio 2009

Un appuntamento da segnare - Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza

Il prossimo 2 ottobre, nella città di Wellington, la capitale della Nuova Zelanda, partirà la prima marcia mondiale per la pace e la non violenza. Una faticosa ma nobile staffetta di amicizia, tolleranza e diritti che passo dopo passo arriverà a coinvolgere sei continenti e 98 nazioni, compiendo un tragitto lungo circa 160.000 chilometri.
In tre mesi i partecipanti si sposteranno su ogni mezzo di trasporto disponibile, dall'aereo alle piroghe, e attraverseranno tutte le culture e i climi del mondo chiedendo a gran voce la fine delle guerre, la firma di trattati di non-aggressione tra paesi, lo smantellamento delle armi nucleari e la riduzione progressiva degli armamenti. Lo scopo: generare una forte coscienza globale che si traduca nel rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e nella ripulsa di ogni forma di violenza (fisica, psicologica, economica, razziale, sessuale, religiosa), e trovare il modo affinché tutti coloro che subiscono tali abusi ricevano ascolto e difesa.

La marcia è stata promossa da Mondo senza Guerre, un'organizzazione internazionale di volontariato che da 15 anni opera nel campo del pacifismo e della nonviolenza, ed è aperta alla partecipazione di chiunque -famiglia, organizzazione, collettivo, partito politico, azienda- condivida le aspirazioni e la sensibilità di questo progetto. Si tratta quindi di un percorso che andrà arricchendosi progressivamente nel tempo con i contributi delle varie iniziative.

Il viaggio comincerà in Nuova Zelanda il 2 ottobre 2009, in corrispondenza dell'anniversario della nascita di Gandhi, e si concluderà il 2 gennaio 2010 sulle Ande argentine, in località Punta de Vacas, ai piedi del monte Aconcagua.

L’Italia, che supporta l’evento tramite Emergency, Greenpeace e l'Anpi, vi sarà coinvolta tra il 7 e il 12 novembre. In ogni città visitata dalla marcia, singoli cittadini e gruppi locali organizzeranno forum, riunioni, festival, concerti, conferenze ed eventi sportivi, artistici ed educativi, a seconda della disponibilità e della creatività. Le adesioni, anche di personalità illustri del mondo dello spettacolo, dell'arte e della scienza, sono già numerose.

Chi volesse partecipare attivamente alla manifestazione coinvolgendo amici, colleghi, insegnanti o compagni di scuola o di università può inserire la propria adesione nell'apposito modulo di registrazione, oppure segnalare l'intenzione e chiedere consigli inviando una mail all'indirizzo italia@theworldmarch.org. E' inoltre possibile sostenere l'iniziativa adottando un proprio personale chilometro di marcia, per la simbolica cifra di tre euro.

Scalpitanti?



Bambini tutti pronti, prendete posizione,
si parte per andare a fare la rivoluzione!
State tranquilli, nessuno si farà male
perchè questa rivoluzione sarà un po' particolare

Uniamo tutte quante le bandiere
di ogni colore cucendole insieme
per farle diventare una bandiera soltanto
più grande che abbia il mondo intero dentro

E sarà l'occasione per insegnare ai grandi
che si può far rivoluzione senza le armi
perchè non esiste nessun cambiamento vero
se la rivoluzione non avviene prima nel pensiero

E allora le linee delle frontiere
prendiamole tutte, leghiamole insieme
per farle diventare un grande cerchio soltanto
e intorno ci faremo un girotondo su una musica che fa...

I Ratti della Sabina - La rivoluzione (A passo lento, 2006)

sabato 27 giugno 2009

Un mondo in due bottoni


Sarà la novità della visione in 3D e l'effetto un po' psichedelico che provoca; sarà che la storia ricorda le mie amate Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie; sarà che le musiche di Bruno Coulais su di me hanno sempre avuto uno strano potere incantatore; sarà che ho un debole per i personaggi ambigui e tenebrosi e per le atmosfere intrise di onirica angoscia... ma quanto bello è questo film?!?

martedì 23 giugno 2009

La Signoria e la primavera

Questa riflessione è opera di Giovanni Colombo, ex-presidente dell'associazione Rosa Bianca italiana e consigliere comunale per il Partito Democratico nella città di Milano. E' stata scritta alla fine dello scorso mese di maggio, prima delle elezioni, prima degli ultimi sviluppi del caso Noemi, prima delle foto incriminate di Villa Certosa e prima dell'inchiesta di Bari e del gran troiaio da lì scaturito. Ora, alla luce dei risultati elettorali e dell'avanzamento di queste vicende, ve la propongo.


Tutto è intriso di Lui, dal terremoto al 25 aprile, dalla Brianza alla tangenziale di Napoli, dagli editoriali a Youtube. Ovunque ti giri ci sono le tracce del suo passaggio e senti il timbro della sua voce. Viene in mente , la poesia scritta negli anni '30 da Riccardo Bauer, uno dei fondatori del movimento Giustizia e Libertà, mentre scontava il confino politico cui lo aveva condannato il regime fascista.

Lù e poeu lù, e semper lù ancamò Lui e poi lui, e sempre lui ancora
In pee, settaa, a cavall In piedi, seduto, a cavallo
Lù, semper lù. Lui, sempre lui.
Lù 'l fa, lù l' dis, lù 'l forca Lui fa, lui dice, lui maneggia
Lù 'l va, lù 'l ven, lù 'l truscia Lui va, lui viene, lui s'intrufola
E tutt' intorna ona caterva pòrca E intorno una moltitudine schifosa
De servidor che lustra e che sbauscia. Di servi ad incensarlo e che per lui sbavano.
Lù, semper lù. Lui, sempre lui.
Vegnen de la cittàa, vegnen de la campagna Arrivano dalla città, dalla campagna
Vegnen de la pianura, vegnen de la montagna Vengono dalla pianura, dalla montagna
Con la bandiera in testa, la musica sui cartell Con la bandiera in testa, intonandogli inni
Vegnen a Ròma tucc a saludatt: l'è quell... Tutti arrivano a Roma per salutarlo: è quello…
L'è quell che ghe da 'l pan, l'è quell che ghe da 'l mel È quello, quello che ti nutre con pane e miele
L'è quell ch'je tira innanz, l'è quell ch'je tira indrèe Quello che può dare e togliere
L'è quell che quand scanchignen je tratta anca coi pèe Quello che può prendere a calci chi sbaglia
Ma lor je cappen e citto lì E loro lì a prenderli e a star zitti
Perché l'è 'l pader Perché lui è il padre
Lù l'è la mader Lui la madre
Lù l'è 'l factotum del nòst paes Lui il factotum del nostro paese
Ma che papa che rè che president E più di un papa, più di un re o di un presidente
L'è 'l vicepadreterno e i alter men che nient Lui è il vicepadreterno, e gli altri meno di niente

Mentre scrivo, in questa calda giornata di fine maggio, le cose non stanno andando particolarmente bene al vicepadreterno. La crisi economica fa sentire i suoi effetti e non gli permette più di ostentare il suo proverbiale ottimismo; la sentenza Mills, se non ci fosse il Lodo Alfano, lo avrebbe condannato per corruzione; il caso Noemi ogni giorno si arricchisce di nuovi particolari confermando come non abbia detto finora la verità su questa frequentazione che ha fatto definitivamente saltare il suo matrimonio ("mio marito frequenta minorenni... mio marito non sta bene", parola di Veronica); infine i sondaggi, suo oracolo, forse non lo premiano esattamente come si aspettava. Ma Lù ha già rilanciato con l'idea di raccogliere milioni di firme per portare in Parlamento una legge che riduca drasticamente il numero di deputati e senatori. E chissà quale altra diavoleria inventerà nelle prossime ore. Lù continuerà, anche dopo gli appuntamenti elettorali di giugno, a essere 'l factotum del nòst paes. E il suo io ipertrofico potrebbe nei prossimi mesi ulteriormente gonfiarsi e rendere l'aria così calda, spessa, greve al punto da farci dire disperati, in questa terra di sole e mare: "Nessuna gioia allo splendore del sole" (J. Conrad).

Che il berlusconismo ci stia trascinando verso una situazione post-democratica è pensiero sempre più diffuso. Siamo al cesarismo (Scalfari). E' ormai un sultanato (Sartori). Sta avvenendo un degrado organico e quasi biologico, "la mucca pazza della democrazia" (Mastropaolo). Dalla poli-archia del tempo greco siamo tornati alla mono-archia della piramide del faraone (De Rita). Si sta realizzando trent'anni dopo il piano della P2 di Licio Gelli (Cordero). Si può dire in tanti modi la regressione in corso, la sostanza non cambia. Siamo alla Signoria, io preferisco questa definizione che mi sembra assai efficace. Ne sentii accennare per la prima volta da Giuseppe Dossetti, esattamente quindici anni fa, nel discorso in memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, "Sentinella, quanto resta della notte?". Fin da allora, in anticipo su tutti, il monaco-padre costituente denunciava "la trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica", vedeva "la nascita, attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione, di un principato più o meno illuminato. Con coreografia medicea." In questi quindici anni la profezia dossettiana si è ampiamente realizzata. Nel mio piccolo, dalla posizione di consigliere comunale, ho seguito passo per passo il realizzarsi di questa profezia anche a livello locale: a Milano ormai siamo a tutti gli effetti nella Signoria Moratti -intelligenza modesta, soldi a valanga- che con l'Expo 2015 vorrebbe rinverdire i fasti dei Visconti e degli Sforza.
In sintesi: chiamasi Signoria un sistema politico-istituzionale segnato dal predominio dell’economia e dalla definitiva scomparsa del principio della divisone e dell'equilibrio dei poteri. Montesquieu, adieu.

Ma come mai gli italiani -ah! Les italiens- stanno assecondando una simile regressione? Forse può servire riflettere sul proprium dell'autoritarismo moderno. Come è ben noto, ogni forma di autoritarismo, prima di essere un assetto politico-istituzionale, è una costrizione del modo di pensare e di stare al mondo. Questa costrizione oggi si afferma attraverso meccanismi diversi da quelli del passato. L'autoritarismo tradizionale nasce in contesti in cui la persone sono sudditi. Per definizione, ai sudditi non si chiede di avere mai un'opinione. Essi devono semplicemente aderire a dei comportamenti, senza che la loro adesione debba essere confermata: essa è al di là di ogni dubbio, fuori da ogni possibile controversia, parte in automatico. In caso contrario scattano i controlli esterni: la repressione violenta o l'immersione, attraverso forme di socializzazione (o risocializzazione) artificiali, nel clima psicologico e ideologico adatto alla ricezione di quanto richiesto. L'autoritarismo moderno, soprattutto nella sua forma pura, cioè nel totalitarismo in senso stretto, procede con altre modalità. Accetta di fare i conti con un contesto culturale, sociale, economico, industriale, scientifico in cui ci si muove per scelta individuale, in forme elettive. Per questo il suo progetto non è quello di far tornare i cittadini in condizione di sudditanza, anzi il suo primo obiettivo è la trasformazione di tutta la popolazione in partecipante attiva. Se nella società democratica sono previste le elezioni, la partecipazione alle decisioni, nelle società autoritarie/totalitarie saranno confermate, addirittura aumentate le forme in cui verrà richiesta l'opinione dei cittadini (prevedo un'esplosione del televoto). L'importante è che i cittadini, scegliendo, si orientino verso una certa convinzione. Il secondo obiettivo, infatti dell’autoritarismo moderno è quello di dotare i cittadini della convinzione giusta. A tal fine vengono ampiamente utilizzati i media, con la loro capacità persuasiva. Detto in altra maniera, ecco cosa succede: si prendono i cittadini, li si obbliga a scegliere e, nel contempo, si manipola l'oggetto della scelta. Si distribuiscono carte truccate, si nascondono i dati, si fa finta che ci sia un'alternativa. Un convinto liberista direbbe che si procede in assenza di concorrenza.
Il berlusconismo continua irrefrenabile la sua corsa perché da tempo ha occupato il contesto culturale prima ancora di quello politico e si è via via affermato come l'unica offerta praticabile. E quindi, di conseguenza, può scoppiare -perché la situazione non è ancora irreversibile, non si è ancora solidificata, non c'è ancora il cemento- solo se si rompe il regime di monopolio, se si trova a fare i conti con un'offerta effettivamente diversa , alternativa almeno quanto lo è stata quella di Obama rispetto all'impianto di Bush. Questo è il compito grandioso di una opposizione vertebrata, con la spina dorsale, con il coraggio di scelte chiare e forti, anche se all'apparenza o nell'immediato impopolari. Ma questa nostra opposizione purtroppo non ce la fa. Ci prova, si impegna, ma alla fine non regge. È come se avesse addosso, nel profondo, una malattia che le taglia le gambe e la blocca nel letto, tra le lenzuola gualcite.

Due semplici parole fanno venire la febbre. Cambiare vita. Ecco la meta. È chiara, semplice. Ma la strada che conduce alla meta non la si vede ancora con precisione e appare comunque troppo costosa. E allora si rimane incerti, a fare le cose di sempre, sempre peggio, sempre più ai margini. Non la si ama più questa politica, ma almeno si sa di che è fatta, di quanti posti da deputati più o meno può garantire: se la si lascia, vi sarà un momento in cui non si saprà più niente. Ed è questo niente che spaventa. È questo niente che fa esitare, balbettare, primariare (neologismo: fare le primarie) ed infine tornare alle solite cose. Senza esserci. Si può anche andare avanti per quarant’anni, a dichiarare e a protestare, senza esserci mai.

Ci sarà una guarigione? Troveremo la strada? Riusciremo a offrire un'alternativa obamiana? Dipende. Dipende unicamente da quello che succederà dentro di noi. Siamo arrivati alla fine di tanti schemi e tutto dipenderà dalla nostra capacità di rinascere interiormente. Io non credo né al cambio del segretario del Pd (non escluderei a ottobre la riconferma di Franceschini) né al cambio di alleanze per costruire cattedrali, ohibò!, con i geni dell'Udc. Men che meno credo ai comunicati stampa e alla moltiplicazione degli eventi: su questo terreno Lù è imbattibile. Solo un grande silenzio lo abbatterà. Solo una grande fioritura lo seppellirà. Io credo infatti alla primavera dei cuori, l'unica che non è questione di clima o di stagione e che può scaturire nel punto più nero dell'anno o della storia. La primavera dei cuori è operazione ardita: ogni pratolina, per sorridere lì in mezzo al prato, contenta dei suoi colori, ha dovuto attraversare notti e deserti, ha dovuto ingaggiare battaglie senza pietà. La primavera dei cuori spiazza e libera le possibilità. Avevi una sedia e adesso non l'hai più, ma non lamentarti, adesso hai davanti un altro paesaggio, e vi puoi cominciare a stare nel più bello dei modi: di passaggio. Per guarire non c'è niente come perdere la propria vita di sempre, quella con lo stesso volto di sempre, scommettendo sulla novità che ci abita. Fiorire, dunque. Fiorire è profonda responsabilità.

Fiorire - è il fine...
Colmare il bocciolo - combattere il verme -
ottenere quanta rugiada gli spetta -
regolare il calore - eludere il vento -
sfuggire all'ape ladruncola -
non deludere la natura grande
che l'attende proprio quel giorno -
essere un fiore, è profonda responsabilità.
(Emily Dickinson)


Cosa ne pensate?

domenica 21 giugno 2009

Castigo

mercoledì 17 giugno 2009

Oblivion Show

"Un'ora e un quarto di pura follia, acrobazie musicali e risate... non adatto ai deboli di cuore". Così si leggeva sulla locandina di presentazione del loro spettacolo di debutto al Teatro Franco Parenti di Milano, e così è stato.
Sono stati di parola gli Oblivion, il gruppo cabarettistico bolognese che lo scorso 11 giugno è approdato nelle sale milanesi, e che ho avuto la fortuna di incontrare alla loro prima esperienza nel capoluogo meneghino (per di più gratis: l'importanza di avere gli agganci giusti).

Gli irresistibili componenti di questa pazza compagnia rispondono ai nomi Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli. Sono tutti artisti anomali -un po' mimi, un po' musicisti, un po' comici: al di là della comune esperienza all'Accademia del Musical di Bologna, dove si sono incontrati ed è scattata la scintilla, hanno alle spalle le carriere più improbabili, e per le loro trovate comiche sembrano essere usciti dritti dritti dal tendone di un circo.
Le loro performance in effetti sono assai simili a una gara di giocoleria, in cui al posto di palline e clavette volteggiano personaggi surreali che, con modalità sempre diverse, si prestano con efficacia a raccontare vari momenti della cultura e della vita italiana. Ecco quindi avvicendarsi sul palcoscenico Rato l'Immigrato, in un originale, chiaroscuro omaggio al Carosello degli anni Sessanta; un gruppo di anacronistici viaggiatori che alla stazione di Bologna si trova costretto a districarsi fra i bizzarri mezzi di trasporto (e i passeggeri) del nostro secolo; i festosi partecipanti a una gustosa tribuna politica sul problema dello smaltimento dei rifiuti. Poco dopo vediamo gli stessi trasformarsi d'abito e di ruolo, rilanciare canzoni interpretate in chiave comica, riarrangiare cantautori a colpi di cazzotti (come nell'esilarante Cazzottissima 1 - La canzone del sole, un vero e proprio incontro di pugilato con Lucio Battisti) e dare vita, nei panni di ostaggi di pericolosi terroristi, a un inusuale reality show in cui il pubblico in sala può scegliere chi eliminare, letteralmente.
Ogni metamorfosi dei bravi attori avviene rapida e inaspettata, e lo svolgersi fluido dei pezzi in scaletta è interrotto solo da potenti scrosci di risate e applausi.

Il progetto artistico di questi cinque mattacchioni, ispirato a maestri quali il Quartetto Cetra, i Gufi, Giorgio Gaber, Rodolfo De Angelis e i grotteschi Monty Python, va avanti da sei anni e li ha visti partecipare a produzioni nazionali di rilievo come Grease, Tutti insieme appassionatamente, Jesus Christ Superstar e Jekyll and Hyde, ma è stato il web a far esplodere il loro successo tra il grande pubblico.
Al loro spettacolo non poteva quindi mancare il numero che, con più di 230mila contatti in tre mesi, li ha resi celeberrimi su YouTube, assicurando al loro lavoro una travolgente pubblicità in rete, grazie a migliaia di link sui blog e le social network: I Promessi Sposi in dieci minuti. Una divertentissima parodia, su di un genere che ricorda molto da vicino il trio Marchesini-Solenghi-Lopez, di "quel tomo che ti devasta con i suoi 38 capitoli", da loro brillantemente condensato in un mini-musical di 22 canzoni e dieci minuti (sigla esclusa) di corsa contro il tempo.

Da non perdere.


Oblivion Show - Teatro Franco Parenti, Milano
Spettacoli da martedì a domenica ore 21.15, fino al 27 giugno 2009

Prezzo dei biglietti
Intero: euro 20
Under 25 e over 60: euro 15

Info e prenotazioni allo 02.59995206 e su www.vivaticket.it