Vengono eretti per dividere popoli in guerra. Per bloccare migrazioni massicce. Per difendersi dal terrorismo. Per separare quartieri di bande rivali. Per isolare chi è diverso. Per nascondere alla vista la miseria, la sporcizia, la bruttura di una parte del nostro ambiente di vita. Non sono soluzioni a un problema, solo sintomi di paura e di profondo malessere sociale. Sono i muri, più o meno visibili, più o meno contestati, che continuano a sorgere in giro per il mondo, nei paesi a noi vicini, nelle nostre stesse città.
Il 9 novembre di vent'anni fa cadeva quello più famoso di tutti, il simbolo più crudele della guerra fredda: il Muro di Berlino. Oggi, mentre in tanti ricordano con gioia e festeggiamenti questo anniversario, altre barriere, mentali e culturali ancora prima che fisiche, costruite con il cemento dell'odio, le reti dei pregiudizi e il filo spinato delle incomprensioni, persistono attorno a noi.
C'è il muro, tristemente noto, fra Israele e la Palestina.
Il suo progetto è stato iniziato nel 2002 ed è stato portato a compimento per poco più della metà su un tracciato complessivo previsto di 721 chilometri. Nei punti dove è stato terminato è costitutito da colonne di cemento armato alte 8 metri ed è circondato da filo spinato e trincee. Con esso lo stato di Israele mira a incorporare la città di Gerusalemme e ad annettere unilateralmente una parte considerevole della Cisgiordania, oltre che a rafforzare gli sbarramenti militari attorno alle città palestinesi, imprigionandovi così gli abitanti.
Questo muro si affianca a quello già costruito attorno a Gaza ai tempi della prima Intifada (1987-1993), quando lo stato ebraico circondò quella striscia di terra con una barriera elettrificata ermeticamente chiusa. Entrambe le barriere di separazione secondo il Ministero degli Affari Esteri israeliano hanno permesso di ridurre il numero delle infiltrazioni di attentatori palestinesi in territorio israeliano e di aumentare la sicurezza dello stato. Nella realtà hanno portato solo divisioni di famiglie, confische di terre ai contadini palestinesi, drammatiche restrizioni per lo spostamento, il lavoro e la residenza degli abitanti, difficoltà di approvvigionamento di acqua (il muro ingloba in territorio israeliano la quasi totalità dei pozzi) e di intervento delle Ong attive nei campi profughi, nonchè un aumento dell'odio e delle azioni di cieca vendetta tra i due popoli. E' stato dichiarato illegale da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite nel 2004.
C'è un muro finanziato dalla Comunità Europea, tra Spagna e Marocco.
E' una barriera di rete elettrificata costantemente vigilata che circonda le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, della cui sovranità il Marocco ha chiesto la restituzione nel 2002, ufficialmente davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La recinzione punta a impedire l'ingresso clandestino in Spagna delle migliaia di persone provenienti dal Marocco e dall'Africa sub-sahariana che ogni anno arrivano sulla costa nel tentativo di raggiungere l'Europa e di sfuggire alla fame e alle guerre che affliggono il continente africano. Nonostante la rigida sorveglianza e i sofisticati sistemi di controllo, sono centinaia le famiglie che bivaccano nei dintorni del confine in attesa dell'occasione buona per tentare di passare la frontiera assaltando la rete. I feriti e i morti sono all'ordine del giorno. Le recenti misure legislative anti-terrorismo inoltre hanno agevolato l'applicazione di provvedimenti restrittivi che, in palese violazione di tutte le convenzioni internazionali per i diritti umani, riducono a zero le possibilità di accoglienza di questi migranti. Questo rende "accettabile" che la polizia di frontiera spagnola spari su civili inermi che tentano di entrare in Europa.
C'è un muro che separa il Marocco dal Sahara.
E' composto da otto diversi muri difensivi che raggiungono una lunghezza complessiva superiore a 2.700 chilometri, e delimita un'area militare con bunker, fossati e campi minati (si stima che siano presenti da uno a due milioni di mine antiuomo, numero che porta la zona fra le prime dieci al mondo per la loro concentrazione). E' stato edificato all'inizio degli anni '80 con lo scopo di proteggere il territorio occupato dal Marocco dalle incursioni del Fronte Polisario, un movimento politico che agisce nel Sahara Occidentale in rappresentanza del popolo sahrawi, con il fine di ottenere la realizzazione del diritto all'autodeterminazione violato dal Marocco in seguito a un trattato di pace non riconosciuto nel 1979. Ha anche finalità di sfruttamento economico: la parte interna al muro infatti racchiude le miniere di fosfati del Sahara Occidentale e la costa, che oltre a essere considerata una delle più pescose al mondo è costellata di giacimenti petroliferi. Attualmente le Nazioni Unite hanno bloccato lo sfruttamento dell'area, permettendo solo attività di ricerca fino al celebrarsi del referendum di autodeterminazione.
C'è un muro tra lo Zimbabwe e il Botswana.
Dal 2005 milioni di abitanti dello Zimbabwe stanno tentando di emigrare verso il Botswana per fuggire da una situazione interna di spaventosa crisi economica, politica e umanitaria. Il primo ministro zimbabwese Mugabe, le cui relazioni con il governo dello stato vicino si sono recentemente deteriorate proprio a causa dell'immigrazione incontrollata, per non aumentare ulteriormente i malumori e contenere gli spostamenti di un numero tanto grande di persone ha fatto erigere una barriera elettrificata che si sviluppa lungo tutta la frontiera tra i due paesi. Ufficialmente per impedire agli animali selvatici di passare da un territorio all'altro, in realtà per evitare che i profughi abbandonino il paese.
Ci sono parti di un muro tra l'Arabia Saudita e lo Yemen.
L'Arabia Saudita nel 2003 ha avviato la costruzione di un muro in calcestruzzo armato, munito di sensori e telecamere per impedire l'immigrazione illegale e il traffico di droga e armi dallo Yemen. Fortunatamente, dopo le altissime tensioni raggiunte all'inizio del 2004, le cancellerie dei due paesi hanno scelto la via del dialogo e della ragionevolezza, e hanno sospeso la costruzione della barriera di separazione. La minaccia di un'ulteriore divisione sembra tuttora scongiurata.
Un muro separa il Kuwait dall'Iraq.
E' muro di frontiera lungo 240 chilometri, composto da un terrapieno alto quattro metri con a ridosso una trincea e da una triplice rete metallica con quella centrale elettrificata. E' una delle tracce lasciate dalla Guerra del Golfo, quando il raìs iracheno Saddam Hussein occupò militarmente il vicino Stato del Kuwait e ne fece una sua provincia nascondendo il suo intento di impossessarsi delle risorse petrolifere del paese dietro un'infondata pretesa di Baghdad di recuperare un territorio che in passato sarebbe stato iracheno. E' stato rinforzato nel 2002, in previsione dell'invasione statunitense in Iraq.
Un altro oppone il Pakistan all'Afghanistan.
E' una barriera di separazione minata lunga 2400 chilometri, costruita nel 2006 su iniziativa del presidente pachistano Musharraf lungo la frontiera fra Pakistan e Afghanistan, per arginare il terrorismo dei talebani e di al Qaeda. Allora Musharraf si era detto sicuro della presenza del Mullah Omar e di Osama bin Laden in Afghanistan, nella regione del Kandahar.
Un muro divide l'India e il Pakistan.
E' chiamato "Linea di Controllo", si estende per 3300 chilometri e dal 1949 divide la regione del Kashmir tra la zona sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano, che vorrebbe l'indipendenza da New Dheli. E' una delle aree più militarizzate al mondo.
Nonostante negli ultimi anni siano stati compiuti alcuni passi avanti nel processo di pace, i civili del Kashmir indiano (la maggior parte di fede musulmana) sono ancora di continuo vittime degli scontri e degli attacchi compiuti dalle due parti in lotta.
C'è un muro anche tra India e Bangladesh.
A Huda Digambapur, a 170 chilometri a nord di Calcutta, corre una barriera, la "Zero Line" (come viene chiamata dagli abitanti della zona), che punta a dividere India e Bangladesh. Avviato nel 2000, il doppio muro di quattro metri d'altezza e 4100 chilometri di lunghezza è costruito con cemento, rete metallica e filo spinato e nelle intenzioni è stato innalzato per rendere impermeabile il confine ed evitare che i numerosi contenziosi tra i due paesi diventino causa di un conflitto più volte sfiorato. L'obiettivo dichiarato da New Delhi: allontanare dal suo territorio la minaccia del terrorismo islamico e abbattere il contrabbando transfrontaliero di merci, armi e bestiame e la consistente tratta di esseri umani che vi si svolge. Di fatto però l'unico risultato che il muro sta ottenendo è quello di creare pericolose tensioni fra due comunità che sono avvicinate dalla comune lingua e cultura bengalese e dalla condivisione di servizi, strumenti di lavoro e approvvigionamento d'acqua più di quanto siano divise dalla diversa religione (indù e islamica). La vigilanza lungo il muro è affidata a 60 mila effettivi dell'esercito. Ogni anno per gli incidenti avvenuti lungo il suo perimetro muoiono in media 200 persone.
Resiste il muro tra la Corea del Nord e la Corea del Sud.
E' una linea di demarcazione tracciata nel 1953, sotto la supervisione americana; è larga circa 4 chilometri e si sviluppa per la maggior parte della frontiera tra i due paesi. Ogni anno sono migliaia i nordcoreani che cercano di attraversarlo, per rifarsi una vita o più spesso per cercare semplicemente di sopravvivere all'attuale regime di Pyongyang, che per combattere la dissidenza politica, anche solo presunta, utilizza punizioni di massa contro intere famiglie che vengono spedite in campi di lavoro forzato e costrette a rimanervi anche per tutta la vita. I prigionieri di questi lager sono stimati in circa 100 mila, e almeno altrettanti sono coloro costretti a celare la propria identità per non essere scoperti nel tentativo di lasciare il paese: uscire dalla Corea del Nord senza un permesso ufficiale è infatti considerato alto tradimento, un reato che viene punito con la pena capitale.
La situazione è peggiorata dal fatto che molte di queste persone cercano di raggiungere la Corea del Sud penetrando il confine con la Cina, dalla quale vengono respinti come clandestini o dove vengono ricercati come traditori con la complicità delle autorità locali. Lo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati è in difficoltà a chiedere alla potenza economica cinese di riconoscere loro lo status di profughi e porre fine al rimpatrio. Intanto, nonostante un atteggiamento a tratti conicliante tenuto da Pyongyang negli ultimi mesi, rimangono quasi 600 mila i sudcoreani che hanno famigliari al nord e che spesso non hanno avuto occasione di rivederli sin dalla fine della guerra.
C'è un muro tra la Tahilandia e la Malesia.
Il premier thailandese Surayud Chulanont, dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel settembre del 2006, ha dato il via all'edificazione, alla frontiera con la Malesia, di un muro lungo 27 chilometri, per impedire ai terroristi islamici che agiscono nel paese di raggiungere impuniti le agiate provincie malesiane a maggioranza musulmana e interrompere il traffico di armi diretto verso gruppi di agitatori musulmani in Indonesia. Nato come un simbolo di affermazione di forza, è diventato in breve tempo una dichiarazione di frustrazione e impotenza contro i ribelli.
Un muro si innalza poi tra Stati Uniti e Messico.
I clandestini, mentre rischiano il passaggio, sono bersaglio di tutti, dai contrabbandieri di vite umane ai predoni senza scrupoli. Da un po' di tempo a loro si sono aggiunti alcuni proprietari terrieri statunitensi che hanno la proprietà sul confine: si sono organizzati in ronde armate e pattugliano il confine alla ricerca di clandestini, che braccano come animali. Spesso i morti non vengono nemmeno identificati: prima di cremarli, la polizia li classifica con un numero e la sigla "John Doe". Dalla parte messicana c'è un cimitero con centinaia di croci di legno. E' il "muro dei caduti", dove i parenti possono piangere i loro cari che sono morti cercando una vita migliore.
C'è un muro costruito sul mare, quello tra la Turchia e Cipro.
L'isola è tagliata in due e mantenuta in uno stato di contrasto perenne da una barriera dal 1974, quando l'esercito turco invase Cipro in risposta a un tentativo di colpo di stato dei greci. Negli ultimi anni, insieme alle continue denunce di violenze private e di violazioni dei luoghi di culto, ci sono stati diversi tentativi di riunificazione, tutti purtroppo naufragati. L'ultimo, il referendum del 2004 sul piano Onu di riunificazione, fu approvato dai turco-ciprioti ma respinto dal 75% dei greco-ciprioti. La questione Cipro è una pedina in un gioco in cui la Turchia (unico paese a riconoscere la repubblica turco-cipriota) non ha esitato a usare tutto il suo potere di veto. La divisione dell'isola è però anche uno degli ostacoli che impediscono alla stessa l'entrata nell'Unione Europea, e le Nazioni Unite sperano di far leva su questo argomento per facilitare una rapida soluzione dello stato di rivalità e sfiducia reciproca. Dal 2003 al 2008 intanto sono stati riaperti sei valichi di confine tra le due parti, tra i quali quello strategico della capitale Nicosia, e l'atmosfera che si respira oggi nella piccola isola è positiva, favorevole a una completa riconciliazione.
Nella civile Europa troviamo intatti i muri irlandesi.
In tutta l'Irlanda del Nord decine di muri separano i quartieri cattolici da quelli protestanti. Sono stati eretti negli anni '70, durante la fase più acuta dello scontro fra le due comunità, quando l'Irlanda era in piena guerra civile e le bombe sconquassavano Belfast giorno dopo giorno. Per impedire violenze moltissimi centri sono stati sfigurati, le case rase al suolo e gli abitanti costretti a trasferirsi altrove. Tuttavia ancora oggi una larga parte degli irlandesi non è molto favorevole alla loro demolizione: si ritiene che, nonostante tutto, essi siano l'unico modo per impedire che i ragazzi delle bande in guerra si uccidano a vicenda.
Nella nostra Italia, infine, c'è il muro di Padova.
E' la denominazione con cui i media fanno riferimento alle barriere erette in un quartiere di Padova verso la fine del 2006, a seguito della decisione dell'amministrazione comunale di recintare un'area della città per ragioni di ordine pubblico (tra cui spaccio di droga, prostituzione, occupazione abusiva di case, schiamazzi e vandalismi) e di controllo della comunità di immigrati che era solita frequentarla. E' una recinzione lunga 84 metri realizzata usando pannelli di lamiera agganciati a montanti in ferro, ed è stata costruita, su richiesta dei residenti esasperati dalla situazione di degrado, per separare la zona di via Luigi Anelli, situata nella prima periferia di Padova, dalle proprietà nella adiacente via De Besi, e per facilitare i controlli da parte alle forze dell'ordine. La via è stata chiusa al traffico non residenziale e al suo ingresso sono stati creati due posti di blocco per identificare eventuali trasgressori.
Per i detrattori il muro si tratta solo un gesto di intolleranza e discriminazione mentre viene valutato dai sostenitori come una semplice forma d'intervento immediato in una realtà urbana in rapida evoluzione. Comunque la si pensi, esso non ha risolto il problema del disagio e della delinquenza, che molto tranquillamente si è limitata a trasferire le sue attività in altre zone della città.
E probabilmente si incontreranno presto dei muri a Milano.
Fanno parte di un piano di "messa in sicurezza delle aree" presentato pochi giorni fa dal comune di Milano e finanziato dal ministero dell'Interno. Dovrebbero consistere in dei terrapieni alti un metro accompagnati da opere di imboschimento mirate a scoraggiare il passaggio e la sosta di roulotte e a dissuadere il riformarsi, dopo ogni sgombero, di insediamenti abusivi di nomadi, rom e sinti, in particolare alla periferia ovest della città.
Tentativi simili, con dei fossati al posto delle barriere di terra, erano già stati fatti in passato, nel 2001 nel comune di Grassobbio (Bergamo) e nel 2006 in quello di Schio (Vicenza). Entrambi per fortuna hanno incontrato rigide opposizioni tra i cittadini e sono stati abbandonati.
I muri, fisicamente, li innalzano i governi per ideologie politiche, interessi economici e follie nazionaliste, ma sono sempre la paura e l'ignoranza dei singoli a tenerli in piedi. La strada per fare una breccia nei muri più alti e difficili da abbattere, quelli che abbiamo dentro, è ancora molto lunga.
(Fonti: Peacereporter e Wikipedia)

13 bottoni:
Verissimo, ne persistono altri intorno a noi e forse i peggiori sono quelli invisibili, quelli della gente e dei suoi pregiudizi. Quelli non li abbatti con una ruspa. Non li vedi con i tuoi occhi, ma li senti sulla tua pelle e li respiri attraverso l'isolamento.
Eccolo!
Eccolo il post che ho preferito circa il Muro di Berlino...
Brava!:)
Io ho deciso di evitare l'argomento per non essere banale.
Invece tu hai evitato la banalità.
In Italia da sempre c'è un altro tipo di muro, non orrizzontale ma verticale. Quello del campanile, quello che ti fa "guardar male" le persone che abitano il quartiere vicino o quelle di la del fiume.
E' un muro spesso sottovalutato...ma esiste.
Grazie molte per l'excursus. Ma sono con Daniele. Forse i muri che abbiamo all'interno nostro sono i più duri a cadere. E non basta, non è bastata, una rivoluzione a fare "l'uomo nuovo".
che gran post, complimenti!
Al tg1 t'hanno copiato, facendo un servizio (a dire il vero più breve e meno documentato) sugli altri muri nel mondo.
Belli anche i riferimenti "locali".
Complimenti!
anche io guardando il tg1 ieri sera ho "sorriso" pensando alla Ross che aveva anticipato niente di meno che quella grande mente di Minzolini ...
un abbraccio
Ale
...e io che contavo su di te :(
Davvero davvero bello, sempre un piacere leggerti!
Visto Paolini?
;-)
@Tommi: ti ringrazio. Benvenuto!
@Soglia: naturalmente.
Mi ha emozionata vederlo lì appollaiato su un container ("alto 2 metri e 80 centimetri. Più o meno l’altezza del Muro") e sentirlo recitare e cantare di mercato, miseria e coscienza collettiva, nel freddo e nell'ambiente metafisico e straordinario di un terminal portuale. Una grande prova di teatro civile.
Lo spettacolo l'avevo visto a Venezia, l'anno scorso. Ci avevo poi scritto su due righe:
http://sogliadiattenzione.wordpress.com/2008/04/18/venezia-ieri/
Bellissimo post.
Manca però un ultimo muro (benchè di cinta), alquanto inopportuno.Quello che separa Berlusconi da San Vittore. :)
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